Si racconta di un bimbo che, andando al circo, rimase molto colpito alla vista dell’elefante: l’animale era grandissimo, forte, possente. Curioso ed attento ai particolari, notò che una sua zampa era legata con una catena ad un piccolo e leggero paletto, un minuscolo pezzo di legno, conficcato nel terreno per pochi centimetri; sarebbe stato facilissimo per lui liberarsi e fuggire, perché non lo faceva? La spiegazione che fosse ammaestrato non lo convinse, poiché altrimenti non sarebbe stato necessario legarlo. Il vero motivo lo fece riflettere a lungo: fin dalla nascita, l’elefantino fu legato ad un paletto simile, davvero troppo resistente e saldo perché potesse strapparlo; il povero animale, ancor piccolo e con poca forza, provò e riprovò a tirare, a liberarsi, con tanto sforzo e fatica e sudore, ma i suoi tentativi furono sempre vani; alla fine si arrese e non ci provò più, accettando la propria impotenza e rassegnandosi al proprio destino. A distanza di tanto tempo, l’enorme e possente elefante dunque, non scappava, perché era convinto di non poterlo fare, avendo ancora ben impresso il ricordo della frustrante impotenza sperimentata da cucciolo. (da “La parabola dell’elefante incatenato di Jorge Bucay)
Noi tutti siamo intrappolati nell’impotenza che la vita ci ha fatto sperimentare; siamo influenzati e bloccati da messaggi negativi ricevuti, da giudizi, voti a scuola, feedback mal posti, mancati risultati… tutto è ben impresso nella nostra memoria e concorre a convincerci di non essere in grado o all’altezza di fare certe cose; viviamo, dunque, “legati come l’elefante”, convinti di non poter avere successo semplicemente perché, in passato, ci abbiamo provato ed abbiamo fallito; consideriamo quindi inutile riprovarci.
Ho provato in prima persona la sensazione di impotenza e di rinuncia durante un esperimento: eravamo in 10 ed a ciascuno è stato chiesto di anagrammare tre parole, diverse per ognuno, una per volta; la prima parole era di 5 lettere e mi sentivo confidente di trovare velocemente la soluzione; tuttavia, mentre i colleghi confermavano di averla individuata, a me non veniva in mente nulla, nonostante rimanessi concentrata ed attenta. La seconda parola era di 6 lettere e, stanca di provare inutilmente a lavorare sulla prima, decisi di dedicarmi all’altra; mentre i miei vicini sorridenti confermavano di aver trovato l’anagramma, io continuavo a lambiccarmi il cervello… La terza parola era di 8 caratteri; in realtà non mi ci dedicai, pensando che, se non ero in grado di risolvere le prime due parole più brevi, certamente non sarei stata in grado di anagrammare l’ultima. La mia sensazione di fallimento fu totale.
Solo ad esperimento concluso, mi fu stato svelato che le prime due parole a me indicate non erano anagrammabili e solo l’ultima lo era… se solo ci avessi provato.
Sono stata confortata dal sapere che il 100% di coloro che non hanno risolto il primo e secondo anagramma, non sono stati in gradi di risolvere neppure il terzo… potere dell’impotenza appresa!
L’esperimento mi è servito per verificare in prima persona che ci si persuade che non si è capaci, tanto più se intorno a sé ci sono persone che riescono facilmente; cioè, il proprio insuccesso è amplificato dal successo degli altri e la dinamica che si crea contribuisce a rendere veloce ed immediata la sensazione di non essere all’altezza.
L’insuccesso favorisce la sua iterazione in questo modo: il fallimento porta ad avere una scarsa motivazione, che fa sì che si riprovi con meno impegno di prima; le dis-conferme (ovvero le conferme che “non si è in grado”) riducono sempre di più le aspettative di riuscita; l’autostima diminuisce; si continua a provare, ma con meno tenacia; la qualità della prestazione è dunque bassa e porta ad un nuovo insuccesso. Il meccanismo si ripete, fino allo stato di impotenza.
Di fronte ad un Partner vittima di impotenza appresa, che rinuncia in partenza, che fa fatica a riconoscere chi è, ciò che può davvero fare, le proprie capacità ed i propri talenti, il compito del Coach è quello di “vederlo e riconoscerlo” e di aiutarlo a “vedere sé stesso con occhi diversi”, richiamando la sua "essenza" e quei “tratti unici” che magari non vede più. Profondamente convinto delle potenzialità del proprio interlocutore, il Coach fa percepire al Partner di credere in lui e di riporre in lui piena fiducia. Attraverso domande e feedback, infine, lo accompagna a sentirsi più forte e dunque capace di mettersi alla prova e di riprovare, libero dai vecchi condizionamenti!